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Ricordando il Grande Crimine – 101 anni dal genocidio degli armeni

Ricordando il Grande Crimine – 101 anni dal genocidio degli armeni

[…] per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale:

a) uccisione di membri del gruppo;

b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo;

c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale;

d) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo;

e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro.”

Ogni studente di diritto internazionale conosce a menadito (o quasi) quest’articolo, più precisamente il secondo della Convenzione del 1949 per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio, definizione non ancora abbastanza completa e ancora troppo discussa. Dietro a questo elenco di atti che la Convenzione condanna si nasconde uno dei delitti contro l’umanità più brutali, inspiegabili e folli che l’uomo possa concepire: delitto che ha macchiato troppe volte la storia del XX secolo.

Se pensiamo alla parola genocidio, il collegamento è molto immediato con la Shoah: uno sterminio di 6 milioni di persone, sistematico, efferato, organizzato e freddo. L’esempio lampante dell’aberrazione di cui l’uomo è capace, tanto che è stato necessario fissarlo sulla carta, su questa Convenzione del 1949, per non dimenticarlo mai più.

Ma non è l’unico.

Se facciamo un salto all’indietro sulla linea del tempo, ci imbattiamo in quello che Raphael Lemkin, storico polacco che per primo coniò il termine genocidio nel 1939 contro le deboli definizioni della Società delle Nazioni, descrisse come il primo sterminio sistematico in cui uno Stato programmava ed eseguiva l’uccisione di un popolo: sto parlando del genocidio degli armeni.

Il genocidio degli armeni è un capitolo molto triste della storia umana, uno dei tanti certo, inserito purtroppo nella lista di quelli bistrattati e dimenticati. Una macchia infame sull’inizio di un secolo terribile come il XX. Il secolo breve porta il grave fardello di essere una lunga lista di morte e distruzione.

Tra il 1915 e il 1916, mentre l’Europa conduceva uno dei due conflitti mondiali simbolo del secolo breve, l’Impero Ottomano si rese colpevole di deportazioni e uccisioni di circa un milione e mezzo di armeni cristiani, secondo i numeri ufficiali. La comunità armena sostiene ve ne siano stati di più, che il totale delle vittime sia di circa 2 milioni. Tuttavia, le campagne contro gli armeni risalgono ad un periodo antecedente il 1915. Alla fine del 1800 sotto il regno del sultano Abdul Hamid II gli armeni e altri gruppi etnici come gli assiri e i greci vennero perseguitati e uccisi in quelli che la storia ricorda come “massacri hamidiani”. Di seguito, nel 1909 (quindi poco prima della Prima Guerra Mondiale) il governo dei Giovani Turchi, che aveva preso il potere in quel periodo, perpetrò i massacri ritenendo gli armeni alleati dei russi e quindi dei nemici dell’Impero. In quell’anno si registrarono trentamila decessi di armeni solo nella regione della Cilicia, a sud della Turchia.

Ma torniamo al 1915: un anno prima, il sultano Maometto V dichiarò la jihad contro la popolazione armena, dando di per sé unagiustificazione di ciò che accadde successivamente. Nella notte tra il 23 e il 24 aprile 1915 avvennero i primi arresti e le prime deportazioni dell’élite armena di Istanbul. Costoro, costretti in lunghe marce della morte, vennero condotti verso il centro dell’Anatolia. Alcuni di loro morirono di stenti, di fame, di fatica, di freddo o per le ferite riportate. Se riuscivano a giungere a destinazione, venivano massacrati. Il tutto sotto la supervisione dell’esercito tedesco, alleato di quello dell’Impero Ottomano. Un banco di prova? In un solo mese, vennero deportate e uccise circa mille persone, tra poeti, intellettuali, delegati del parlamento e le loro famiglie. Andò avanti così fino al 1916.

Medz Yeghern - il grande crimine, come lo chiama il popolo armeno – viene commemorato il 24 aprile dopo una risoluzione dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa del 1998. Sono passati 101 anni e ci sono ancora controversie sul definire quest’aberrazione un genocidio oppure no. Gli storici sono divisi sulla teoria del “massacro programmato”: c’è chi crede che l’Impero Ottomano abbia avviato un’azione propagandistica vera e propria di sterminio sistematico (e quasi scientifico) degli armeni in favore di un’Anatolia etnicamente omogenea. C’è chi invece sostiene che gli armeni furono sì coinvolti nel massacro, ma che non c’era nulla di intenzionale e legato alla propaganda, nulla di simile a quello che accadde circa trent’anni dopo sotto il regime nazionalsocialista. Le numerose diatribe in materia hanno fatto sì che il genocidio sia stato riconosciuto solo da 21 stati su 193, tra cui (fortunatamente) l’Italia.

Il governo turco continua a non addossarsi la responsabilità dei fatti e punisce con fino a tre anni di carcere coloro che osano parlarne, bollandoli come anti-patriottici. Alcuni stati, come gli Stati Uniti e Israele, non usano il termine genocidio per riferirsi a quello armeno per timore di incidenti diplomatici con la Turchia. La Francia, invece, persegue penalmente chiunque neghi il genocidio armeno.

L’assurdità è il come le posizioni collidano l’una con altra in un continuo scontro tra le due versioni e su come chiamare questo crimine in sé, nonostante le Convenzioni, le condanne, una comunità internazionale, le Nazioni Unite e la lotta per i diritti umani.

101 anni senza giustizia per più di un milione di persone che continuano a morire ancora, e ancora, nel silenzio.

Vorrei inoltre ricordare che il non riconoscimento da parte della Turchia del genocidio armeno è stato motivo di chiusura da parte dell’Unione Europea in passato riguardo il processo di adesione della Turchia stessa, processo che ora si è riaperto grazie all’accordo sui migranti, firmato il 18 marzo scorso.

Permettetemi una riflessione: basta davvero un mero accordo, tirato su chissà come, per cancellare 101 anni di peso sulle spalle e aprire una corsia preferenziale nei confronti di un Paese che palesemente non rispetta i diritti umani, la libertà di stampa e non ammette uno dei suoi crimini più atroci? E’ ammissibile, quindi, che questo Paese che non fa i conti con il suo passato entri in un processo basato su valori fondamentali di un’Europa che ha detto basta a guerre, massacri, stermini e odio dopo la Seconda Guerra Mondiale?

Ai miei occhi questo è inaccettabile. Come è inaccettabile che si continui a discutere su cosa è genocidio o cosa non lo è, dimenticando che uccidere è sbagliato, e voler cancellare completamente un gruppo diverso dal nostro è un atto di sistematica follia.

Cosa rimane da fare, quindi? Dobbiamo ricordare, anche se non è il nostro popolo, la nostra terra, la nostra storia, dobbiamo ricordare per non ripetere, per non chiudere gli occhi e non voltare la testa altrove. Ricordatevi degli armeni ogni 24 aprile. Ricordatevi del grande crimine e di tutti gli altri grandi crimini e di tutte le vittime, di ogni etnia, religione, lingua, fazione politica. Dimenticare è la strada principale per reiterare.

 

Why is the killing of a million a lesser crime than the killing of an individual?

Raphael Lemkin

 

A tal proposito, vorrei segnalarvi un bel evento se siete dalle parti di Treviso o se ci passerete per caso. I cari amici di Levi Alumni di Montebelluna (TV), Associazione di ex allievi del Liceo Levi, hanno organizzato un incontro presso la Biblioteca Comunale del Comune trevigiano intitolato “ARMENIA: viaggio per parole, suoni e immagini”, una bella iniziativa per continuare a ricordare. Vi lascio il link, caldamente consigliato. –> https://www.facebook.com/events/1585911058389407/

 

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