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Let England shake – una riflessione su Brexit.

Let England shake – una riflessione su Brexit.

La sera del 23 giugno eravamo incollati di fronte al televisore. La tensione è aumentata nel momento della chiusura dei seggi e nonostante la previsione dei sondaggi non si riusciva a stare del tutto tranquilli.

Il mercato era in rialzo, la sterlina stava galoppando, c’era ottimismo nell’aria per quanto riguardava la vittoria del remain, tuttavia eravamo entrambi molto consci che si trattava di una scommessa su una questione di base inutile e potenzialmente molto dannosa. Ai primi scrutini e all’uscita del risultato di Sunderland i mercati finanziari hanno iniziato ad aggrapparsi alla nostra stessa preoccupazione. Il primo tonfo della sterlina è stato un segnale molto esplicativo.

Siamo rimasti ad attendere i risultati fumando nervosamente una sigaretta dietro l’altra, mangiando ghiaccioli per combattere la canicola e confabulando per poter scacciare l’inquietudine. Abbiamo tenuto duro fino alle 4 del mattino, fino al 10% del reporting e abbiamo deciso di arrenderci andandocene a dormire con una flebile speranza rimasta: “che Londra ci salvi”.

La mattina successiva il risveglio è stato dei peggiori. Il popolo britannico aveva deciso di lasciare l’Unione Europea con il 51,9% di leave contro il 48,1% di remain. Dopo essermene accertata con una lavata di faccia con acqua fredda e un check sul mio smartphone, ho deciso che era compito mio dare la notizia a Timothy al posto del buongiorno.

“Sei mezzo extra comunitario.”

Timothy, che oltre ad essere cittadino europeo e italiano, è anche cittadino britannico non l’ha presa molto bene. La sua prima reazione è stata più un verso disperato somigliante ad un muggito seguito da altre cose che non posso riportare per iscritto.

Aveva vinto il populismo, avevano vinto le false promesse, la visione distorta e semplicistica di una realtà molto più complessa. Il direttore dell’orchestra che ha suonato la fanfara pro Brexit e che ha perfettamente toccato tutte le corde, le paure e i tasti dolenti dei cittadini britannici è stato sicuramente Nigel Farage, leader dell’UKIP (United Kingdom Independence Party). Responsabile della decisione, il premier conservatore David Cameron convinto di poter consolidare la sua base di potere chiamando al ballot box i sudditi di Sua Maestà, puntando tutto sul remain forte anche della possibilità di portare a termine una serie di accordi con l’Unione Europea a vantaggio del Regno Unito in caso di vittoria.
Un gioco d’azzardo che somigliava più ad una roulette russa, e che si è concretizzato questa volta in una sconfitta talmente inaspettata da costringere Cameron ad annunciare le proprie dimissioni una volta messo di fronte all’irresponsabilità del suo atto di “hubris”.

La scelta del popolo britannico ha portato delle importanti conseguenze su diversi livelli. Il primo effetto è stato economico finanziario, cioè il crollo delle borse, sia europee che internazionali. Le prime piazze a risentire dell’effetto Brexit sono state quelle asiatiche, seguite a ruota da quelle europee, tra cui quella di Milano, che ha perso parecchi punti percentuali. Questo contemporaneamente al tonfo drammatico della sterlina. Come secondo effetto, l’esultanza dei movimenti antieuropeisti del continente pronti a sbandierare il grande precedente britannico proponendo a loro volta dei referendum per l’uscita dall’Unione Europea, nonostante le conseguenze catastrofiche che andavano via via maturandosi sul mercato finanziario. Ultima conseguenza, la reazione confusa, infastidita e adirata da parte delle istituzioni europee. Le cose stavano andando male, molto male.

Il 24 giugno 2016 verrà ricordato come uno dei giorni più neri del processo di integrazione europea e uno dei più preoccupanti per l’intera stabilità internazionale. Un evento storico che rimarrà impresso nella memoria di intere generazioni.

Lo sarà sicuramente per gli studenti di politiche internazionali, che si ritroveranno pagine in più da studiare al capitolo “recesso dall’Unione Europea”. Infatti, recedere dall’Unione non è un processo immediato, ma comporta un periodo minimo di circa due anni di negoziati tra il Consiglio Europeo (quindi i capi di governo o capi di stato di ogni Paese membro) e il Paese che ha espresso volontariamente l’intenzione di uscire. La recessione dall’Unione Europea, che di fatto è una rinuncia a sottostare ai trattati, è normata all’articolo 50 del Trattato sull’Unione Europea. Quando ho studiato io il diritto dell’Unione Europea, si era consapevoli che l’articolo 50 esisteva nel trattato, ma era liquidato con un “non è mai successo che uno Stato membro recedesse dall’Unione” e si pensava non potesse accadere mai. Dato che il referendum consultivo del 23 giugno scorso non è legalmente vincolante e l’attivazione dell’articolo 50 deve partire dalle istituzioni dello Stato interessato, Cameron ha deciso di rendere effettive le sue dimissioni da ottobre da un lato per prendere ancora del tempo sui negoziati e dall’altro per sgravarsi di tale onere, lasciando la patata bollente al prossimo premier (che potrebbe essere l’ex sindaco di Londra, Boris Johnson), contrariamente alla volontà delle istituzioni europee che vogliono l’apertura del processo immediatamente. Il motivo della “fretta” da parte dell’Unione è probabilmente motivata dal timore di una cronicizzazione dell’instabilità economica con conseguente depressione e dalla paura che l’Unione Europea possa disgregarsi a causa dell’effetto valanga del pericolosissimo precedente, che di fatto creerà una prassi giuridica.

Il comportamento dell’elettorato incurante delle conseguenze della propria forza di voto ci ha posto di fronte ad una riflessione sulla forza trascinante ed irrazionale dell’antieuropeismo e, a tese più larghe, del fenomeno crescente del populismo; problema che non si ferma sicuramente ai confini nazionali della Gran Bretagna, ma che imperversa come un morbo in ogni paese dell’Unione Europea.
Che una larga parte del popolo britannico abbia votato per l’uscita senza sapere che ciò li avrebbe automaticamente impoveriti tutti è incontrovertibile: uno dei maggiori cavalli di battaglia del fronte del leave era sicuramente quello di un riottenimento di un benessere “imperiale” dato da un nuovo periodo di “splendido isolamento”; ma che una buona parte di esso non avesse neppure la più pallida idea di cosa fosse l’Unione Europea è emerso in un secondo momento grazie alle statistiche fornite dal motore di ricerca “Google”.
Cosa li ha spinti a prendere una decisione a così alto tasso di rischio?
Nigel Farage, insieme alla compagine del leave ha portato avanti una campagna elettorale all’insegna del nazionalismo, della disinformazione e delle false promesse. Un esempio lampante è stata la convinzione inculcata che l’Europa non facesse altro che “spillare” soldi alla nazione senza dare alcunché in cambio. Farage promise in campagna che avrebbe utilizzato 350 milioni di sterline destinate all’avida Unione per salvare un sistema sanitario nazionale a sua detta in imminente rischio di tracollo, una promessa immediatamente rimangiata dallo stesso in quanto totalmente improponibile. Un altro esempio è quello della Cornovaglia, la regione più povera della Gran Bretagna che ha più tutti giovato dei fondi europei e che, dopo aver votato in massa per il leave, ora viene a chiedere all’Unione di non chiudere i rubinetti.
Un’altra promessa perpetrata dall’UKIP di Farage è stato il contenimento dei flussi migratori, forse una delle tematiche più convincenti di tutta la campagna per il leave ora sta diventando uno dei peggiori effetti boomerang per la Nazione. Vi sarà di fatti un cambiamento della natura dei confini e un probabile abbandono delle regolamentazioni di Dublino III. Il rischio maggiore è che la famosa “Jungle” di Calais possa stabilirsi non più nella sponda  continentale della manica, ma in quella insulare: questo a causa della proposta da parte dei sindaco di Calais di rinegoziare gli accordi tra Francia e Gran Bretagna in materia di immigrazione.
Ovunque si vada le politiche populiste funzionano allo stesso modo: sull’onda delle paure propongono soluzioni semplici a problemi complessi. Lo splendido isolamento britannico è inattuabile in un sistema mondiale del terzo millennio interconnesso e globalizzato, pensare al proprio “giardino” convinti che ciò possa tutelare i propri interessi porta ad inesorabili effetti “ricochet”, credere che il mondo sia davvero così piccolo è sintomo di una grave miopia.
Non è un caso infatti che sia stata proprio la fascia d’età meno giovane dell’elettorato ad essere vittima di una tale forma mentis ed essere più propenso a credere ciecamente alla torbida propaganda antieuropeista perpetrata dal fronte del Brexit e dai tabloid sostenitori della causa. Diverso il comportamento della fascia più giovane, che, nonostante abbia peccato drammaticamente nell’affluenza, è stata più portata ad aderire al remain mossa dalle maggiori possibilità di potersi realizzare grazie al contributo prezioso della libera circolazione, delle agevolazioni nella ricerca di lavoro nel continente e dei vari progetti di studio tra cui il programma Erasmus+. Un importante dettaglio sta nella differenza abissale nei comportamenti di voto tra una periferia propensa all’uscita contro una popolazione urbana e cosmopolita e una tendenza al remain da parte della popolazione con un maggior livello d’istruzione.
Last but not least, neppure il drammatico omicidio politico della deputata laburista Jo Cox, uccisa per mano di un fanatico nazionalista per le sue posizioni europeiste è riuscito a smuovere la paura di una deriva estremista e ad intaccare l’”effetto giardino”, o a scatenare lo scandalo quando Farage, dopo i risultati, ha dichiarato di aver “vinto senza sparare un colpo” con un chiaro riferimento all’accaduto.

Il popolo britannico si è espresso e ciò che succederà si vedrà nel futuro prossimo. Tuttavia è rilevante osservare come nonostante ci sia stata una maggioranza per il leave, ben due Stati, la Scozia e l’Irlanda del Nord, hanno espresso una preferenza schiacciante per il remain. Situazione che ha portato il primo ministro scozzese Nicola Sturgeon a preparare la Scozia per un secondo tentativo di referendum per l’indipendenza dal Regno Unito per tornare in Unione Europeo che probabilmente avrà successo. L’Ulster seguirà questa tendenza, probabilmente riunificandosi all’Irlanda, con l’ipotesi che anche il Galles possa cogliere la palla al balzo e proclamare l’indipendenza nonostante la maggioranza per il leave. La prospettiva dunque dell’Inghilterra di poter riportare il Regno Unito ad uno stato di splendido isolamento potrebbe realizzarsi al contrario in un “Regno Disunito”, impoverito e ridotto ad uno scampolo di isola orridamente isolato.

Questo esperimento antieuropeista ha portato alla perdita in un solo giorno di 637 miliardi di euro sulle piazze europee e a conseguenze disastrose per il Regno Unito nel medio/lungo periodo come sottolineato dalle agenzie di rating Standard and Poor’s e Moodys, segnando una delle più grosse battute d’arresto nel processo di integrazione europea. L’unica cosa che l’Unione Europea può fare è affrontare il divorzio dal Regno Unito con una solidità e una compattezza più forti del solito ricalcando i suoi valori originali e non cedendo alle forze centrifughe che già hanno dimostrato quale danno possono recare al vecchio continente. Perché la forza dell’Europa dovrebbe essere essere uniti nella diversità, per non tornare all’incubo e alla tensione degli Stati nazionali.

“Per vostra informazione, nelle prime 8 ore dopo il risultato pro-brexit del Regno Unito, l’UK ha perso 350 miliardi di dollari, che è un ammontare maggiore del contributo che ha versato all’Unione Europea negli ultimi 15 anni – rimborso incluso.”
Guy Verhofstadt – Eurodeputato ALDE, Primo ministro del Belgio dal 1999 al 2008

Laura e Timothy.

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