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Da Idomeni a Bruxelles: l’Europa al collasso

Da Idomeni a Bruxelles: l’Europa al collasso

I tragici eventi avvenuti la settimana scorsa a Bruxelles sono noti a tutti: il nuovo attacco rivendicato dall’ISIS ha colpito questa volta il cuore dell’Europa, proprio la città sede delle istituzioni più importanti dell’Unione.

Ma se questi fatti hanno scosso il continente e seminato un panico già abbastanza diffuso dopo Parigi, hanno anche dimostrato che la politica sull’immigrazione dell’Unione manca completamente i suoi obiettivi, se ne ha, e che non è possibile con le modalità attualmente in uso controllare tutti i cittadini “stranieri” che si trovano in Europa.

Tanto più che molti attentatori e foreign fighters sono immigrati di seconda o terza generazione, a dimostrare che le politiche tenute finora non hanno integrato assolutamente gli stranieri nelle società europee, anzi li hanno ghettizzati e hanno contribuito a radicalizzare le loro convinzioni religiose o politiche.

Il vero centro d’Europa riguardo ai migranti non è Bruxelles: è Idomeni.

Il piccolo paesino greco al confine con la macedonia ha visto ammassarsi nei suoi pressi migliaia di migranti, circa 15000, impossibilitati a proseguire il viaggio in Europa a causa della chiusura della frontiera macedone e che presto dovrebbero essere rispediti in Turchia, secondo l’accordo preso con Erdogan dall’UE.

Ad Idomeni, lo stesso giorno degli attentati di Bruxelles, è successo un fatto di cui non si è quasi sentito parlare: due giovani migranti si sono dati fuoco gridando: “Meglio morire che tornare indietro”.

Per fortuna i due giovani sono stati subito soccorsi e non hanno riportato gravi ferite, ma la notizia è indice di una tensione che ha raggiunto il massimo livello: se due persone, e non solo loro, sono disposte a morire piuttosto che essere spedite indietro o restare dove sono, vuol dire che la situazione è disperata, ma gli Stati UE fanno appello alla loro impossibilità di gestire l’emergenza, e poiché la Grecia non può reggere una così alta quantità di richiedenti asilo, l’Europa spera di risolvere la questione semplicemente spostandola oltre l’Egeo, in Turchia, al prezzo di 3 miliardi di euro già stanziati con un accordo a fine novembre più altri 3 in trattativa (con una violazione dei diritti umani che ha dell’incredibile da parte di istituzioni che dovrebbero essere le più avanzate e democratiche del mondo). La verità è che l‘accordo non ha fermato il flusso di profughi, anzi la situazione è peggiorata: la massa di persone in viaggio è semplicemente troppo grande e la Turchia è già troppo impegnata in una guerra civile nel sud est contro i curdi per potersene occupare, senza contare che probabilmente Erdogan usa la questione dei richiedenti asilo solo per chiedere continuamente benefici all’UE, farle chiudere un occhio sulle palesi violazioni dei diritti umani che hanno luogo in Turchia e costringerla prima o poi a far entrare anche il suo Stato tra i paesi membri.

Nel frattempo l’Europa è al collasso, molte frontiere sono chiuse e Schengen è di fatto sospeso, la minaccia del terrorismo tiene l’opinione pubblica in costante allerta, i partiti della destra ultranazionalista e xenofoba sono in crescita in tutti i paesi e i capi di stato non sanno più che pesci prendere.

È chiaro che l’approccio dell’UE, o meglio dei singoli Stati, è completamente sbagliato.

Bisogna cercare di raggiungere due obiettivi: una politica unitaria più ordinata e coordinata, e una integrazione vera all’interno dei paesi membri, l’arma più efficace contro il terrorismo.

Infatti se è vero che la quantità di migranti sbarcati in Grecia nel 2015 è eccessiva per un solo paese, tra l’altro alle prese con una crisi colossale, non è niente rispetto alla popolazione europea, ed un approccio coordinato dei vari paesi alla questione permetterebbe da una parte di avere flussi più ordinati e dall’altra di rispettare davvero i diritti dei rifugiati permettendogli di scegliere in che paese restare (per questo servirebbe anche l’abolizione del famigerato regolamento di Dublino) e se non altro migliori condizioni di accoglienza. Questo richiederebbe una collaborazione economica di tutti i paesi all’accoglienza dei profughi nei paesi “di frontiera” come la Grecia e l’Italia, ma darebbe numerosi benefici, tra i quali le basi necessarie per il secondo punto: l’integrazione.

È indispensabile che la prospettiva dei governanti si ribalti: non siamo davanti a un pericolo, ma ad un’opportunità.

È chiaramente inutile trattare la questione dei rifugiati come una di sicurezza delle frontiere e usare un approccio securitario con gran dispiegamento di mezzi delle forze dell’ordine e nessun vero piano di integrazione, ed è impossibile rimandare tutte quelle persone indietro, come qualcuno pretenderebbe: non sarebbe solo logisticamente difficile, nel caso dei siriani sarebbe un genocidio.

Basterebbe semplicemente spostare le risorse dall’ambito della sicurezza a quello dell’accoglienza nei singoli paesi e sviluppare veri progetti di integrazione, per permettere ai rifugiati di entrare a pieno titolo nelle società “ospiti” ed impedire che, tra vent’anni, chi si trova ora ad Idomeni possa diventare chi ha compiuto le stragi di Bruxelles e Parigi: è un investimento a lungo termine e non conveniente in termini elettorali e per questo nessuno ha preso questa strada, ma è sicuramente la strada più giusta per impedire che in Europa si sviluppi un vero e proprio apartheid.

La questione non è semplicemente morale, è di sopravvivenza: se l’Europa non risponde al problema dei profughi realizzando davvero i valori su cui dovrebbe basarsi, imploderà sotto i colpi delle bombe, della divisione tra gli Stati, delle destre ultranazionaliste e dell’odio di quegli stessi che avrebbe avuto l’opportunità di accogliere.

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