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Dress Code: quando una gonna è troppo lunga

Dress Code: quando una gonna è troppo lunga

Quanto deve essere lunga una gonna per essere considerata laica?
Quanto deve essere corta per essere considerata, invece, immorale?
La donna occidentale è libera o si misura solo da quanta pelle lascia scoperta?

Nel 2004 la Francia promulgò una legge che proibiva l’uso di segni o abiti che manifestassero apertamente la propria appartenenza religiosa all’interno delle scuole, compreso il velo per le ragazze musulmane, ma anche crocifissi troppo ostentatori e kippah (il copricapo maschile ebraico). La scuola superiore Léo Lagrange di Charleville­-Mézières, nel Nord-­est della Francia, ha mandato a casa prima delle vacanze estive una studentessa di 15 anni perché portava una gonna lunga fino ai piedi (ma non il velo, visto che le studentesse musulmane all’interno dell’edificio scolastico lo tolgono per poi rimetterselo una volta uscite) perché il preside riteneva che la gonna (nera) fosse un segno esplicito di fede.

La legge del 2004, che si basa sul fondamentale principio di laicità dello stato francese, ha però un difetto: come ogni altra legge la si può interpretare in maniera alquanto fantasiosa. Sempre più spesso, infatti, viene proibito addirittura l’uso della bandana per coprirsi il capo. Ci si chiede come si faccia a decidere quale sia la grandezza ideale di un’eventuale croce cattolica che si porta al collo, quando essa sia troppo vistosa e quando accettabile.

La stessa legge, inoltre, viene applicata anche in altri campi. Faccio un esempio piuttosto specifico: studio archeologia e spesso cerco bandi che mi permettano di trascorrere un periodo di scavo anche all’estero. Qualche mese fa un professore ci avvisò della presenza di alcuni scavi di ambito preistorico nelle alpi francesi. Dopo aver letto attentamente il bando, mi accorsi che c’era una piccola postilla che specificava che i segni ostentatori della propria fede erano proibiti. Fossi stata mussulmana praticante, il velo me lo sarei dovuto togliere; fossi stata cattolica, la croce della comunione l’avrei dovuta lasciare in Italia. Pensate per un attimo soltanto a tutte quelle ragazzine musulmane che in Francia non hanno frequentato la scuola, spesso per volere personale o dei genitori, perché lì non potevano portare il velo. Questa legge non favorisce la laicità dello stato; questa legge favorisce l’abbandono scolastico e l’ignoranza. Grida a gran voce che se sei una donna non puoi permetterti di credere in Dio e al contempo essere istruita.

Tutti naturalmente teniamo alla laicità dello stato (o almeno lo spero) e per quanto io pensi che il niqab (il velo che lascia alla vista solo gli occhi, differente dall’hijab, che lascia vedere il volto) non sia accettabile in occidente perché non è coerente con la nostra cultura e perché non permette l’identificazione della persona, non vedo nel velo che copre solo i capelli e il collo nulla di così tremendamente eccessivo o eccezionale. Non mi disturba che le suore vadano in giro col velo, né mi dà fastidio una croce cattolica grande come un pugno. La croce presente per legge nelle scuole -e nelle aule di tribunale- italiane non mi pare sia appropriata, perché ritengo che se si parte dal presupposto che i professori non hanno il diritto di basare le lezioni sulle proprie opinioni politiche allora nemmeno lo Stato dovrebbe insegnarmi qualcosa ponendo alla base e al muro le proprie scelte religiose, sebbene esse abbiano un passato storico. Non potrò che oppormi a chiunque cercherà di giustificare tale comportamento, affermando che in Arabia Saudita le donne non possono andare in giro in shorts perché, almeno in teoria, l’Italia non è né una monarchia né uno stato teocratico, a differenza della prima.

Il vero problema è la strumentalizzazione del corpo femminile da parte perfino delle istituzioni scolastiche. Vi sembra un’esagerazione? Vi faccio un altro esempio: sempre appena prima delle vacanze estive una ragazza americana –bionda, occhi azzurri, sorriso da cheerleder consumata- è stata rimandata a casa perché la maglietta che indossava era troppo scollata per gli standard della scuola. Quando dico troppo scollata intendo dire che si vedevano le clavicole e poi basta, c’era solo la t-shirt. Il preside ha insistito che tornasse a casa persino dopo che si era messa una sciarpa. Inutile dire che il sorriso da cheerleder si era trasformato in un’espressione degna di Mercoledì Addams. In fondo, non ha poi troppa importanza che tu sia musulmana, cristiana o atea, se sei una donna, e soprattutto una giovane donna, il tuo corpo sarà sempre oggetto di dispute e litigi. E la tua opinione ovviamente sarà spesso ignorata. Peggio: saranno ignorati i tuoi diritti, la libertà che hai sul tuo corpo e verrà anche messa una bella barriera antisfondamento al tuo futuro. Un altro punto che testimonia tale agghiacciante situazione è la questione dell’aborto. Esso è legale solo in teoria in Italia, perché il medico può essere un obiettore di coscienza e rifiutarsi di praticarlo. Una laurea in medicina non dà il diritto di decidere come io debba comportarmi con il mio corpo. Se avviene il contrario, significa che la mia libertà è inferiore alla tua opinione.

Se sei una donna già da bambina hai imparato che sei intrinsecamente sbagliata: la Barbie ha delle proporzioni aliene alla specie umana, un collo da cigno, capelli ossigenati, vita stretta e gambe lunghe e sottili. La pubblicità dice che le donne devono essere sempre carine e sorridenti, come la Barbie per l’appunto; che le signore non urlano mai, non è educato, ma che se lo fa un uomo va bene perché i maschi sono fatti così. Se sei una donna e ti porti a letto molti uomini, sei una puttana; se sei un uomo e ti porti a letto molte donne sei un figo da emulare. Se ti stuprano o ti molestano la colpa è tua, perché potevi anche indossare dei vestiti diversi o sorridere di meno o magari scegliere un’altra strada. E comunque sarà un tuo dovere provare lo stupro o le molestie, una semplice accusa sarà inutile e non verrà presa in considerazione.

Noi donne siamo uno strumento e il nostro corpo è il campo di battaglia. Ma a combattere perché sia nostra la libertà di disporre del nostro stesso corpo raramente siamo noi: ci sono i politici, i medici, il clero, i presidi delle scuole e anche chi pensa che due clavicole scoperte e una gonna nera siano chiari segni di oscenità e disobbedienza civile.

Le ragazze, in ogni caso, sono loro due:

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