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Gian Carlo Caselli presenta “Nient’altro che la verità”

Gian Carlo Caselli presenta “Nient’altro che la verità”

La vita dell’ex magistrato per  la giustizia fra misteri, calunnie e impunità all’Università Ca’ Foscari di Venezia.

Sabato 12 marzo non ho voluto mancare all’incontro in Aula Baratto con l’ex magistrato e procuratore della Repubblica Gian Carlo Caselli. Un’opportunità per ascoltare il racconto della sua vita intrecciata con la storia del terrorismo rosso, della mafia e dei tragici fatti di cronaca da questi provocati.

Gli argomenti di cui vi parlerò – spiega l’ex magistrato – ammettono e prevedono opinioni diverse e in conflitto tra loro. Ascoltatemi senza fidarvi troppo di me, ma poi fatevi una vostra opinione.”

Una premessa che ha fatto da introduzione al racconto della sua vita sia a livello professionale che personale. Due i punti fondamentali della sua carriera: 10 anni come giudice istruttore all’ indagine sul terrorismo, in particolare sulle Brigate Rosse, e 7 anni  come Procuratore della Repubblica nel tribunale di Palermo.

Una vita sotto scorta fin dal 1974, quando da protagonista alla lotta contro il terrorismo rosso si trovò con la famiglia sotto il peso di forti e pesanti minacce. Fu grazie all’isolamento politico dei terroristi,  ma soprattutto al rispetto delle regole e delle identità politiche degli stessi, che si è potuto e si può ancor’oggi, rispondere ai problemi legati a queste azioni criminali violente (attentati, omicidi, stragi, sequestri, sabotaggi ecc).

Un merito della magistratura italiana, come ricorda Caselli, quando a Torino, nel processo ai capi storici delle BR, agli imputati venne consentito di controinterrogare le loro vittime in particolare il magistrato Sossi che era stato sequestrato da loro.

Rispetto delle regole processuali e rispetto, ripeto, della identità politica degli  imputati. Il massimo dei massimi. Soltanto il nostro Paese è riuscito, nel panorama mondiale, a sconfiggere il terrorismo senza mai rinunziare a questi principi.

Dopo le stragi del ‘92 (Capaci e via d’Amelio), con l’uccisione di Falcone e di Borsellino, in un momento di caos per il nostro Paese,  Caselli decide di fare domanda per andare a lavorare a Palermo. La sua richiesta di trasferimento da Torino, nasce dalla necessità di fare qualcosa, di mettersi a disposizione e di entrare in gioco, con tutte le problematiche del caso. Un gioco ovviamente pericoloso, rischioso, difficile sia per lui stesso che per la famiglia e i figli. Era fondamentale ristabilire delle regole per riportare legalità, coesione e miglioramento. Quindi non solo repressione ma l’importanza di  un forte cambiamento culturale grazie al coinvolgimento dell’opinione pubblica, fattore decisivo nella lotta al terrorismo.

Il bilancio di quei sette anni a Palermo portò risultati importanti: 650 ergastoli con arresti di boss del calibro di Bagarella, Brusca, i fratelli Graviano, Spatuzza, la scoperta e la cattura degli autori materiali della strage di Capaci e il sequestro di beni mafiosi per un valore pari a quello di una piccola finanziaria.

Con il ritorno a Torino si occupa delle infiltrazioni e del radicamento della ‘Ndrangheta nella provincia stessa e in Piemonte portando a diversi arresti, 150 per l’operazione Minotauro.Nella sua esperienza come rappresentante italiano presso Eurojust (organismo deliberato dal Consiglio europeo composto da magistrati e funzionari di polizia distaccati da ciascun stato membro) si è occupato delle attività di indagine e di cooperazione in materia di gravi forme di criminalità in particolare di quella organizzata.

Oggi da pensionato della magistratura non ha concluso il suo impegno in prima linea contro la criminalità organizzata, data la carica di presidente dell’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare di Coldiretti (agromafia). Era nel suo destino. Racconta di questo mondo affascinante ed inquietante, dove legalità  era sinonimo di qualità della vita. Una vita, la sua, sempre improntata alla difesa e alla democrazia. Valori che ha cercato di trasmettere in famiglia, sul lavoro e alla società.

Credo che rappresenti l’esempio vivente di chi ha investito e investe molto su tali principi, una figura di riferimento insieme ad altri quali Falcone e Borsellino, esempio per i giovani e l’intera società.

‘Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini.’ – Falcone-

 

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