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Il latte di oggi: quello che le pubblicità non ci dicono.

Il latte di oggi: quello che le pubblicità non ci dicono.

L’industria del latte nei panni di una mucca.

Oggi siamo così disconnessi dal latte che beviamo -dice  Mark Kurlansky, un giornalista americano- che per quanto ci riguarda potrebbe benissimo essere prodotto da una macchina. In effetti il latte ha smesso di essere un prodotto naturale nell’ industria degli ultimi decenni, a partire dal fatto che la sua produzione non dipende più dal normale ciclo del latte delle mucche madri. La mucca, come tutti i mammiferi, prepara il suo corpo durante la gravidanza, e,  come quello di qualsiasi madre, si prepara alla produzione del latte. Ne produce a sufficienza per sfamare il suo nato per circa tre mesi da dopo la nascita. Ma come fa allora a produrne abbastanza anche per i mercati di tutto il mondo, tutte le case d’occidente e tutti gli Starbucks?

Le mucche delle pubblicità “prati-smeraldo-contadini-felici” lo fanno per innata bonarietà, come care vecchie amiche dell’uomo. Le mucche vere, invece, lo fanno perché non possono allattare i loro piccoli; perché vengono forzate ad una gravidanza dopo l’altra; perché vengono loro somministrati ormoni e vengono nutrite con alimenti altamente proteici; perché spesso sono figlie di mutazioni genetiche che fanno produrre loro il doppio del latte ed essere sempre fertili; perché una macchina automatica succhia dalle loro mammelle il latte, spremendo fino all’ ultima goccia. Nella brutale realtà dell’allevamento di mucche da latte c’è poco spazio per i prati smeraldo, anzi c’è poco spazio anche per le mucche stesse. Solamente in alcuni casi le mucche possono uscire ed entrare liberamente dalle loro stalle. Questo metodo di allevamento, rispetto a quello molto diffuso che vede le mucche legate, venne considerato un buon metodo già  nello studio portato avanti dal Dipartimento di Agricoltura degli Stati Uniti, Information Resources on the Care and Welfare of Dairy Cattle, del 2002. Nel documento, frutto di una raccolta dati dal 1996 al 2002, la libera circolazione delle mucche dalle stalle alle aree esterne era considerata salutare per gli animali, ma non c’erano ancora sufficienti dati di paragone  per misurarne la produttività rispetto ad altri metodi. Nel National Dairy Farm Program Animal Care Manual, 2013, sempre concernente gli USA e voluto dagli stessi enti dello studio precedente, si legge che delle stalle sufficientemente grandi per assicurare un normale movimento (ovvero alzarsi dalla posizione di “riposo” per terra e stare confortevolmente sulle quattro zampe) è un modello di stalla altamente consigliato per la salute della mucca e per la produttività. Dubbia è la validità, scrivono, del libero movimento in zone esterne, perché, secondo alcuni dati potrebbe provocare problemi nelle zampe delle mucche. In ogni caso, scrivono, alle mucche servono delle aree di esercizio. La scelta di utilizzare degli studi concernenti gli Stati Uniti dipende dal fatto che gli USA sono ancora tra i più grandi produttori di latte al mondo.

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Nella gran parte degli allevamenti di mucche da latte che non dichiarino metodi controllati di produzione etica, le mucche passano la loro intera esistenza nello spazio limitato della loro stalla, in alcuni casi sporco e scomodo, in altri fatto di solo cemento. Legate in modo da ridurre al minimo i movimenti e al massimo la produzione, le mucche sopportano la sofferenza delle loro mammelle che continuamente sviluppano infezioni come le mastiti per il continuo sforzo, i dolori delle loro gambe che sviluppano svariati problemi per la continua stasi. Inseminate artificialmente, vengono  rimesse incinta poco dopo l’ultimo parto. Dopo qualche ora,  il vitellino viene tolto alle madri e nutrito con sostituti del latte materno. Come tutti i mammiferi, come tutte le madri, il legame con il proprio piccolo è forte e, se non in tutti i casi- qualcuno ribadisce che esistono anche mucche senza senso materno, le libertine!- la sofferenza del distacco è tale da farle muggire per giorni. Per il vitellino l’esperienza deve essere ancora più traumatica. Chiamando disperatamente la madre per la protezione che gli spetterebbe come neonato della specie ed il latte che dovrebbe ricevere, viene intanto messo di fronte al suo destino. Se una femmina,  farà la stessa fine della madre. Se maschio, in genere, essendo inutile per i fini dell’industria del latte, viene subito chiuso in un box apposito. Perché? La assoluta impossibilità di movimento, accompagnata da una alimentazione che lo fa aumentare di peso, ma che, con apposita mancanza di ferro, lo fa diventare terribilmente anemico, lo rende pronto al macello in sei mesi, o meno: la pregiata carne morbida e bianca di vitellino. Morbida perché il vitello non ha mai mosso un muscolo, bianca perché è anemico.

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In ogni caso la sofferenza delle mucche non è destinata a durare molto. Se una mucca in natura potrebbe vivere in media 20 anni –ma arriva facilmente anche ai 30 e ai 40- le mucche dell’industria da latte vengono mandate al macello intorno al loro quarto o quinto anno di età perché fisicamente non in grado di sopportare un’altra gravidanza e un altro “allattamento”. L’alimentazione super proteica a cui vengono sottoposte, inoltre, non farebbe parte della loro normale dieta. I campi messi a coltura per nutrire gli animali d’allevamento potrebbero sfamare un paese.  Che siano forse troppi? E aumentano sempre di più, per soddisfare un mercato del tutto-subito: carne subito, latte sempre ed ovunque. In ogni caso sembra siano più di quelli che un sistema evolutivo naturale potrebbe sopportare, generando nel mercato meno cibo di quello che potrebbe esserci- tutti i cerali e le altre colture che servono unicamente per gli allevamenti- e più prodotti, come la carne, che hanno un costo umano, animale, etico, economico molto più alto.

Moltissimi studiosi, giornalisti, scienziati e animalisti si battono per l’informazione. Le bugie autorizzate nelle pubblicità sono un mezzo efficace per assopire le coscienze e spingere a pensare che non ci sia nulla di più normale di bere un bicchiere di latte fresco, bianco e puro. Una sorta di elisir per la salute, regalato generosamente dalla mucca che ne ha spartito un po’ di quello naturalmente prodotto, con noi. E’ una immagine pubblicitaria vincente e largamente utilizzata. La frammentaria realtà che invece emerge, faticosamente, da studi, iniziati già dagli anni ’70, e dai controlli sugli allevamenti, inizia ad insinuarsi nel ben tessuto mercato di latticini: bere latte non fa bene a te e che tu beva latte non fa bene alle mucche. Non inorridite! Sembra quasi una bestemmia? Certo. Siamo cresciuti con la confortante consapevolezza di un latte benefico, sano, che ci rende più forti, che i nostri genitori ci indicano come l’alimento più importante, che poi da grandi ci farà le ossa resistenti. E’ difficile scardinare un sillogismo così radicato, una mitologia così ben consolidata-fatta di storie, immagini, sentito dire, che è la forma più potente di propaganda- come d’ d’altronde è arduo minare qualsiasi altro tipo di mitologia culturale, tanto più se questa assorbe in sé più di un aspetto della nostra vita: cultura, cucina, salute, crescita. Nella prossima puntata, esploreremo gli effetti del latte vaccino sull’ uomo. Per esempio, ci avevi mai pensato che siamo gli unici mammiferi a bere del latte che non sia della nostra specie e dopo l’età dell’allattamento? O che il latte delle mucche, altamente proteico, è fatto per nutrire degli animali di grossa taglia che hanno quattro stomaci? Noi, ne abbiamo-ancora-solo uno.

Ma non disperate, nessuno vi chiederebbe di smettere di mangiare e di nutrirvi solo con le radici del vostro giardino. Piuttosto, siate consapevoli di quello che mangiate e bevete, cercate i prodotti che assicurano una produzione di latte etica, anche se vi fanno spendere qualche euro in più. E soprattutto, cambiate mentalità: per godersi la vita a pieno non serve essere ciechi e sordi alle cose brutte che vi stanno intorno.

 

Fonti:

Cow’s Milk: A Cruel and Unhealthy Product, by Peta, People for Ethical Treatment of Animals

Animal Equality

Progetto Vivere Vegan Onlus

Allevamento intensivo, CIWF Onlus, Compassion in World Farming Italia

Dairy Products, Peta 2

Dairy Monsters, by Anne Karpf, The Guardian

We Are All Animals: Demystifying Starbuck’s Humane Washing, by By Lili Trenkova, Collectively Free

Inside the Milk Machine: How Modern Dairy Works, by Mark Kurlansky, Modern Farmer

Information Resources on the Care and Welfare of Dairy Cattle, Animal Welfare Information Center

National Agricultural Library, U.S. Department of Agriculture, Agricultural Research Service.

National Dairy Farm Program Animal Care Manualstessi di sopra.

 

Articolo di Marina Dora Martino

Foto di  Ben Stechschulte

 

 

 

 

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