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Interstellar, le infinite dimensioni di Christopher Nolan

Interstellar, le infinite dimensioni di Christopher Nolan

Il cruccio, per i film di Christopher Nolan, ormai è l’aspettativa che si crea attorno ad essi. Questo naturalmente ha un lato positivo: il regista ha lavorato bene nei film precedenti. Dietro a ciò si nasconde, però e naturalmente, quello negativo: riuscirà a fare ancora meglio? Interstellar non fa meglio del secondo Batman o di The prestige, ma decisamente non sfigura. Gli sbalzi temporali, la scoperta di quarte e quinte dimensioni, il colpo di scena finale, insomma, gli elementi a lui cari ci sono tutti e due ore e cinquanta di film non pesano sul groppone. A tratti sembra attraversare lo schermo la poesia di 2001, il movimento rotatorio ed eterno delle astronavi rimanda un po’ a Kubrick, alla sua eternità, al conflitto fra futuro ed eterno che inguaia chiunque tenti di approcciarsi alle scenografie atemporali dell’universo.

Ma Nolan non si limita allo spazio, perchè racconta anche la Terra. Il futuro è rappresentato con delicatezza, meno invasivo del secondo Ritorno al Futuro e meno allucinante di un 2013, la Fortezza. È presente, sí, ma spesso non si vede, scorrendo invisibile per decine di minuti e lasciando allo spettatore il compito di immaginare nella propria mente come sarà fatto il resto del mondo, se esistono macchine volanti o cibi liofilizzati da assumere in pillole. Ma in Interstellar si mangia ciò che mangiamo noi oggi, si beve la stessa birra e si assiste alle partite di baseball. Non sembra un futuro lontanissimo, ma non può essere nemmeno cosí vicino. Il futuro è un luogo indeterminato, ma per questo verosimile. Il futuro non entra di colpo nel racconto, si fa prendere per gradi, lentamente.

Nolan non ha cambiato gli umani, e questa è forse la scoperta piú felice del suo lavoro. Il futuro non ha distrutto l’umanità di cui l’uomo è l’ovvio portatore. Nel film prendono corpo tutte le passioni dell’individuo: l’amore filiale, l’amore di una coppia di amanti, l’odio per aver scoperto un tradimento, lo spirito di sopravvivenza egoista e criminale e lo spirito di sopravvivenza salvifico e benefico, l’altruismo, la menzogna detta a fin di bene e la bugia per coprire le proprie colpe, l’incapacità di ammettere le proprie mancanze e il suo contrario, l’ammissione della colpa stessa,  la paura, la cecità davanti all’ineluttabile, la gioia infinita per la soluzione di un calcolo matematico. Infine, ma forse piú importante, l’“eterno Ulisse”: Cooper (Matthew McConaughey) non vive la vita che vorrebbe e, come ogni uomo, quando è a casa sogna lo spazio e quando è nello spazio sogna di ritonare a sedersi con la famiglia sotto la veranda. Le passioni degli uomini non sono mai morte, nonostante il futuro sia lí, nonostante i robots possano raggiungere un 95% per cento di ironia e 90 di sincerità e malgrado basti un calcetto alla ruota di una trebbiatrice perchè questa lavori da sola un intero giorno.

Gli sterminati campi di grano, la campagna americana piú da anni Cinquanta-Sessanta che da 2100-e-qualcosa, le luci del sole al tramonto e Jessica Chastain parrebbero portare la firma di un Malick, invece l’autografo è di un Nolan anche piú maturo degli ultimi lavori.

Il regista inglese s’impiglia un po’ nel merchandising americano, ma se un film è prodotto a Hollywood non si può sperare che rimanga esente da una vena di patetismo in stile “Noi uomini tutto sommato siamo buoni e belli”, ci si deve rassegnare e guardare il film con la consapevolezza che si tratta di un blockbuster che senza l’aiuto degli americani forse non sarebbe stato prodotto. A volte bisogna scendere a compromessi e se gli studios hanno conquistato la mano di Nolan, speriamo la prossima volta non ottengano l’intero braccio.

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