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La Città Votata al Dio Turismo: Venezia é soffocata dalle masse

La Città Votata al Dio Turismo: Venezia é soffocata dalle masse

 

Si dice che il mistero di Venezia sfugga a coloro che non ci vivono, ma forse il vero problema è il modo in cui la si guarda.

La città che ancora sopravvive, qui, su un lembo di terra in mezzo alle cupe acque della Laguna, è cambiata molto nel tempo, e con sé la sua gente: oggi un disagio, amaro e profondo, si insinua negli spettacolari scenari che la città offre. Forse proprio perché questo sono diventati agli occhi della gente: meri scenari, nel senso più concreto della parola. Come se la città fosse stata costruita ad hoc per incantare e divertire. Come se il Ponte dei Sospiri fosse stato messo lì a posta per fare da sfondo a milioni di foto ricordo ogni giorno; come se calli, negozi, bacari, ristoranti, esistessero solo per invogliare i portafogli a schiudersi ed avessero cancellato in sé ogni storia, obbedendo al compiacimento di chi visita la città per qualche giorno, e non vuole vedere vita vera, ma quella vita che, splendente e affascinante, i cliché hanno costruito, lucidato e infine adagiato su Venezia.

Questa città viene solo usata. Dà tutto ed in cambio non riceve quasi nulla. Certo, la ricchezza e la prosperità si basano in gran parte sulle orde di turisti che arrivano stralunati a Piazzale Roma, e senza di esse parrebbe morire, ma questo solo perché si è scelto di dipenderne in modo così totale. Fin dai tempi più antichi per una città così straordinaria, sia per configurazione geomorfologica, sia per le opere che l’uomo vi eseguì rendendone possibile l’esistenza, fu inevitabile l’affluenza di visitatori e di curiosi. Durante il Medioevo, per esempio, nei periodi di intenso pellegrinaggio verso l’Oriente, moltissimi viaggiatori si fermavano nella città per lungo tempo, prima di salpare nuovamente. Nel loro soggiorno vivevano, respiravano Venezia, e qui spendevano i loro danari, dando nuova energia all’economia della città; qui intrattenevano rapporti arricchendo il sottosuolo culturale e rendendo l’aria densa dei più vari spunti.  Ciò che faceva di questo turismo uno scambio proficuo era in primis il fatto che quei visitatori, sentivano e vivevano la città poiché essa e i suoi abitanti si lasciavano scrutare e permettevano ad essi di partecipare al loro mistero. Oggi invece, è la città che si inchina al Dio Turismo, e nulla altro sembra avere importanza.

Uno studio portato avanti nel 1988, tentò di calcolare la “portata” massima di turisti al giorno e all’anno per una città particolare come questa. Si stabilì che la capacità di Venezia non andava oltre i 20.750 turisti al giorno e i 7,5 milioni all’anno. La realtà però è ben diversa: nel 2011 si è registrata la presenza di circa 83.000 visitatori al giorno e 30,38 milioni all’anno. Più ricchezza? Forse. Ma a che prezzo? Ritrovarsi tra le mani una città invivibile, soffocata, usurata, che si riesce a malapena a vedere, definita il patrimonio dell’Unesco peggio gestito.  Il fenomeno dell’ “escursionismo” poi non ha che peggiorato le cose: si tratta di una pratica sempre più diffusa, che non ha più a che vedere con i turisti “ da pochi giorni”, ma addirittura con quelli  da “poche ore”. Arrivano, si fiondano sul percorso turistico che ingurgita le masse per spedirle verso San Marco, invadono la piazza ed i caffè, fanno capolino verso il palazzo Ducale e tornano nuovamente indietro, senza dimenticare la fila per comprarsi un bel gelato all’ italiana. E chi se la vuole godere davvero, deve fare i conti con la folla.

I Veneziani veri, che vi abitano, trascolorano tra i menù plastificati di ristoranti a misura di turista, e tra le luci a neon dei negozi sempre più sterili e asettici pieni di maschere sfornate in serie. Oltre 1500 persone all’anno scelgono, non senza rimpianto, di abbandonare la città per trasferirsi altrove.Non è solo questione di bellezza e di recuperare l’antica atmosfera, si tratta anche di accettare e soprattutto rispettare i limiti che proprio l’eccezionalità di Venezia pone a se stessa, anche in termini ambientali, ultimamente molto discussi per la questione delle grandi navi. È difficile per coloro che qui hanno un lavoro ed una vita non dipendere dal turismo, e tuttavia accettarlo e convivervi: persino i mezzi di trasporto pubblico sono diventati scatolette di sardine, e usandoli regolarmente, accompagnare un figlio a scuola potrebbe rivelarsi un’impresa.

Eppure la sopravvivenza della città senza un turismo di massa sembra per molti ormai impossibile. Ci si dimentica le autentiche qualità e virtù di Venezia sottomettendosi a quelle indotte, irrigidendo la città, che finisce per assomigliare sempre di più alla copertina patinata di una rivista di viaggi. Le tecniche, l’artigianato, le arti che sono fiorite prosperose nel passato vengono man mano obliate, sostituendole con surrogati da catena di produzione. Ma in questa cenere esistono ancora dei tizzoni ardenti: la manifattura, l’arte del creare a mano non sono del tutto spente, e le possiamo ancora vedere nelle piccole botteghe che sono riuscite a difendersi in un modo o nell’altro. Da queste ognuno dovrebbe imparare: i Veneziani a svegliarsi dal loro torpore di indifferenza, i turisti a mostrare un maggiore rispetto per una città che non è un parco divertimenti, coloro che ne hanno la possibilità a imitarle e tornare su una strada di qualità e maestria. Valorizzare il patrimonio della città infatti non vuole solo dire salvaguardare le sue opere artistiche, ma anche dare un nuovo respiro al potenziale culturale, all’inventiva, alla ricchezza di tradizioni e di tecniche che i suoi abitanti hanno in sé e che la loro stessa storia ha loro tramandato.

Chiudersi in se stessi per difesa non è sufficiente se si vuole una Venezia viva e pulsante, è necessario ristabilire un equilibrio: e non solo tra turisti e abitanti, ma anche tra gli abitanti stessi e la città, con tutto ciò che la circonda. L’ amarezza che si nutre di questo squilibrio palpabile, è anche dovuta al crescente abbandono della parte naturale della città: la Laguna. La si guarda con diffidenza, come fosse diventata un nemico da cui proteggersi e contro cui combattere invece che una risorsa naturale incredibile, un habitat fondamentale per moltissime specie (nonostante l’indecente inquinamento dovuto soprattutto alle fabbriche di Marghera), uno snodo essenziale per molti uccelli migratori, un equilibrio di forze della natura da preservare. La perdita di un rapporto sereno con la Laguna si inserisce nella generale chiusura della città e dei suoi abitanti.

Come provare a cambiare qualcosa? Una risorsa che credo sia spesso ignorata e che invece potrebbe essere una delle maggiori forze di Venezia è l’università: moltissimi studenti dall’area economica a quella umanistica, dall’architettura alla scultura, vivono e studiano nella città. Sono loro la parte vulcanica, giovane, piena di energia e di potenziali idee, di progetti. Ma non viene per nulla sfruttata. Favorire per esempio l’interazione tra gli studenti delle varie facoltà e unire le loro diverse competenze al fine di creare e realizzare progetti che siano volti al benessere ambientale e culturale di Venezia, rivitalizzerebbe non solo Venezia, ma anche l’istituzione stessa delle università che vi sono, metterebbe gli studenti alla prova di fronte all’occasione di porre in pratica ciò che studiano. E quale migliore antidoto al turismo massiccio, all’indifferenza dei visitatori, e alla sonnolenza degli abitanti? La possibilità di “sporcarsi” le mani con qualcosa di concreto invece di rimanere sul piano teorico dello studio universitario, ci deve essere data, ma allo stesso tempo dobbiamo essere capaci di accoglierla e di interessarcene. L’affluenza spesso scarsa alle conferenze e agli eventi che alcuni studenti sono già ammirevolmente riusciti a mettere in piedi parla chiaro: a meno che i volantini non accennino a un spritz gratis è difficile che vi sia un consistente numero di partecipanti. Questo ci deve mettere in guardia, ci deve allarmare, perché l’università non è una scuola superiore dove i professori assegnano i compiti per casa e lo studio è qualcosa che si deve

Anche se noi studenti per la maggior parte siamo destinati ad essere cittadini di passaggio, nel tempo che abbiamo a disposizione possiamo lasciare un segno, e essere il motore di una città che torna a pulsare.

Marina D. Martino

 

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