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VERSO L’ISOLA CHE NON  C’È – LA “JUNGLE” DI CALAIS

VERSO L’ISOLA CHE NON C’È – LA “JUNGLE” DI CALAIS

Nel settembre 2009 la sottoscritta si trovava in Inghilterra, a Dover. Persa a guardare la Manica con un vento fortissimo che mi scombinava i già disordinati capelli, mi beavo della bellezza e della pace che quel luogo trasmetteva. Le bianche scogliere, il castello, il sole mite e il mare così calmo. Non potevo chiedere di meglio.

Ma non sapevo.

Esattamente di fronte al mio naso, al di là del mare si trovava – e si trova tuttora – la cittadina francese di Calais. Questa è famosa per essere il luogo ideale per raggiungere il Regno Unito con il traghetto e, dal 1994, anche in auto o treno grazie all’Eurotunnel.

Proprio mentre guardavo il mare, stava avvenendo una grossa operazione: lo sgombero della famigerata “giungla” di Calais, un campo abusivo alle porte della città che ospitava più di 800 migranti tra Sudanesi, Afghani e Iracheni. Questi erano bloccati in Francia, impossibilitati a raggiungere il Regno Unito che speravano fosse la loro destinazione ultima. Nella stessa operazione vennero arrestate decine di persone e spostate in centri d’accoglienza lontani da Calais; alcuni ottennero il diritto d’asilo in Francia e le baracche furono demolite, determinando il disfacimento della “giungla”.

Perché queste persone si trovavano lì? Erano tutti in fuga da conflitti e situazioni di instabilità nei loro Paesi d’origine (insomma, non serve che vi racconti cosa stava succedendo in Afghanistan, Iraq e Sudan in quegli anni – magari in un altro articolo) e si trovavano bloccati sull’orlo della Manica a causa delle politiche restrittive in materia di accoglienza della Gran Bretagna. E tutto ciò nonostante la Gran Bretagna abbia firmato nel 2003 l’Accordo di Dublino II, che contemplava i criteri con cui determinare lo Stato membro che si sarebbe fatto carico della richiesta di asilo e successiva accoglienza della persona interessata. Tuttavia, la mancata firma degli Accordi di Schengen da parte del Regno Unito prevede tutt’oggi ferrei controlli doganali alla frontiera. È facilmente intuibile che ciò rendeva abbastanza impossibile per i migranti bloccati a Calais raggiungere quelle bianche scogliere di Dover senza nessuna difficoltà e senza la possibilità di poter ammirare il mare potendo dire: “Ce l’ho fatta, sono salvo.”

La storia della “giungla” risale a molto prima del 2009. Nel lontano 1996, in piena guerra dei Balcani, arrivarono in Francia ingenti masse di persone richiedenti asilo politico. L’obiettivo era quello di attraversare la Manica, avere una vita migliore o ricongiungersi ai parenti. Scappare dalla disgrazia, in sostanza. La mancanza di documenti e la già citata resistenza del governo britannico però li costrinse a fermarsi a Calais. Il governo francese chiese alla Croce Rossa di istituire un campo d’accoglienza nella vicina Sangatte, in un ex deposito di materiali utilizzati nella costruzione dell’Eurotunnel. Il centro doveva accogliere circa 600 persone, ma si conta abbiano vissuto a Sangatte circa 1500 esseri umani che vivevano in condizioni a dir poco pietose e indecenti. Da Sangatte iniziarono i vari tentativi dei migranti di attraversare il tunnel della Manica illegalmente, nascondendosi nei tir o percorrendolo a piedi, spesso facendo una tragica fine. A causa di ciò, il governo britannico fece pressione su quello francese per un rafforzamento dei controlli all’ingresso del tunnel e, infine, per la chiusura del centro di Sangatte, avvenuta nel 1999. Dopo questo fatto, presentato dal governo francese come una grande vittoria, i flussi non si fermarono così come le concentrazioni di migranti a Calais che dormivano in baracche di fortuna, per strada o in agglomerati abusivi costruiti con i più svariati materiali trovati in giro, fino alla costituzione della sopracitata “giungla”, sgomberata nel 2009.

Arriviamo al 2015, l’anno della crisi migratoria peggiore dopo la Seconda Guerra Mondiale. Le instabilità in Medio Oriente e, soprattutto, la guerra in Siria, portano moltissime persone a scappare dal loro Paese alla ricerca di salvezza. E ancora una volta Calais diventa il punto di raccolta della disperazione. Nel frattempo da Dublino II siamo passati a Dublino III, firmato nel 2013, firmato anche dal Regno Unito e che rafforza Dublino II, ma di fatto la situazione non è cambiata. La “giungla” è così rinata e si presenta come un microcosmo organizzato dove i migranti sono costretti a vivere supportati anche da associazioni di volontariato e ONG. Le condizioni di vita sono terribili e le minacce di sgomberi e repressioni della polizia sono all’ordine del giorno. Eppure la “giungla” continua a vivere e continuano i tentativi di attraversare di nascosto l’Eurotunnel. Nel 2015 sono morte quindici persone nel tentativo. Quindici persone che, come gli altri abitanti della “giungla” non vengono considerate sufficientemente umane per meritare condizioni di vita migliori.

Ci provano loro, gli abitanti della “giungla” a crearsi il più possibile delle migliori condizioni di vita: hanno allestito un teatro dove ha recitato anche la Shakespeare’s Globe Company lo scorso mese, hanno avviato attività come ristoranti, saloni di bellezza, scuole, centri culturali. Il tutto per non sentire troppo il peso di una vita ai margini, letteralmente.

Giusto in questi giorni, il Tribunale di Lille ha ordinato uno sgombero parziale della “giungla”, decisione poi rinviata. I migranti sono rimasti quindi in attesa di conoscere il loro destino. La brutta notizia nella giornata di ieri, lunedì 29 febbraio 2016, quando la polizia francese è arrivata con i bulldozer e in tenuta anti-sommossa, accompagnata da assistenti sociali. Tutti pronti a sgomberare la parte sud della “giungla”. Sono avvenuti scontri tra migranti, attivisti no-border e polizia. Ci sono stati degli arresti, fiamme, sassi contro le ruspe e lancio di lacrimogeni: la guerriglia. O forse solo una guerra per la sopravvivenza? Gli assistenti sociali sono entrati nelle baracche per convincere i migranti ad abbandonare la “giungla” e farsi condurre in centri d’accoglienza sparsi in tutta la Francia. Molti di loro si sono rifiutati. Allontanarsi da Calais vorrebbe dire allontanarsi dal sogno di raggiungere il Regno Unito e le scogliere bianche di Dover. Molti di loro sono scappati prima dello sgombero. Abbiamo visto che non è la prima volta che ciò accade. Cosa potrebbe succedere loro? Molti di questi migranti, a causa di un’insufficiente informazione sulle procedure burocratiche per ottenere il diritto di asilo e lo status di rifugiato, non sapranno esattamente cosa fare,  rischiando di rimanere in clandestinità per molto tempo. A ciò si lega anche il rischio di cadere nelle mani di organizzazioni criminali coinvolte nel traffico di stupefacenti, esseri umani, prostituzione e organi. Lo sgombero sta proseguendo anche oggi, martedì 1 marzo. Una prova di forza bruta che si ripete e dimostra che in vent’anni non si è capito nulla. Ma proprio nulla. E la parte sud della “giungla” brucia, i disperati vengono allontanati, le associazioni denunciano posti letto e cibo insufficienti. Tutto questo mentre la nostra umanità e solidarietà, alla base dei valori dell’Europa, volano via e si confondono con il fumo di una baracca in fiamme.

Calais non è solo in Francia. Calais è in tutta Europa. E’ un problema umanitario e non si sta facendo nulla. L’Europa costruisce muri, recinti di filo spinato, si permettono condizioni di vita disumane e degradanti. Calais è il simbolo del fallimento delle politiche europee, così come ha dichiarato Brice de le Vigne, direttore delle operazioni di Medici Senza Frontiere: “Non solo l’Unione Europea e i governi hanno fallito collettivamente nell’affrontare la crisi, ma con le loro barriere e la risposta caotica ai bisogni umanitari delle persone in fuga hanno di fatto peggiorato le condizioni di migliaia di uomini, donne e bambini già vulnerabili“.
Salita agli onori di cronaca solo recentemente, ma con una lunga storia di sofferenza e speranza alle spalle, la “giungla” appare all’opinione pubblica italiana come un problema vergognoso ma distante, un luogo degradante che in molti si augurano che la chiusura delle frontiere possa scongiurare all’interno dei confini nazionali.

Ma Calais non è solo in Francia, Calais è in tutta Europa, Calais è l’Europa.

Laura.

Un grazie a T.N. per l’aiuto e il supporto.

 

Fonti:

“Razzismo di Stato: Stati Uniti, Europa, Italia” di Pietro Basso, pp. 301-311, 2010, ed. Franco Angeli.

“Cos’è Calais” di Gianni Barlassina, Il Post, 24 giugno 2015,  <http://www.ilpost.it/2015/06/24/cose-calais/>

“Welcome to the ‘Jungle’ in Calais” di Marie Doezema, Al Jazeera, 23 febbraio 2016, <http://america.aljazeera.com/articles/2016/2/23/welcome-to-the-jungle.html>

“Dernière nuit dans la ‘jungle’ de Calais” di Jonathan Parienté, Le Monde, 22 settembre 2009, <http://www.lemonde.fr/societe/video/2009/09/22/derniere-nuit-dans-la-jungle-de-calais_1243530_3224.html>

“Migranti: scontri a Calais, alta tensione nella ‘giungla’. Oggi riprende lo sgombero”, di Redazione Ansa, Ansa.it Mondo,<http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2016/02/29/migranti-calais-al-via-lo-sgombero-della-giungla_4307f821-3e20-4408-bab5-c455255d1c93.html>

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