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San Pietroburgo, appunti di un viaggio “diverso”

San Pietroburgo, appunti di un viaggio “diverso”

San Pietroburgo è una di quelle città da cui non sai cosa aspettarti. Motivo per cui quando sono atterrata al Pulkovo (circa un’ora fuori dal centro) alle 5 di mattina, ancora non capivo se ero pronta a passarci un mese oppure no.Il giorno dopo avevo già deciso che sarebbe stata una delle esperienze più belle della mia vita.

Se per la maggior parte della Russia spesso valgono gli stereotipi, per “Sant Pit” (come comunemente lo abbreviano i russi) mi sono dovuta ricredere. Innanzi tutto, qui la gente è gentile. La cassiera al supermercato sorride, alla fermata della metro sorridono, sono tutti inteneriti dal mio russo povero e mi correggono sorridendo. In realtà, il russo è l’unico modo con cui posso comunicare con la maggior parte delle persone qui, perchè nonostantre la città sia nata come “finestra sull’occidente”, e la metà dei negozi vanti nomi italiani, l’inglese lo parlano solo i giovani, e neanche tutti.

Magari sono solo stata fortunata, ma quello che ha da offrire la città non rispecchia le aspettative. E intendo in senso positivo. Prima di tutto, sono partita da sola, ignara di con chi o come avrei vissuto. Sapevo solo che stavo andando a studiare la lingua in un’università che mi offriva anche l’alloggio. Fortunatamente, nello studentato ho trovato dei compagni di avventura davvero degni di essere definiti tali, e cosa migliore, venivano da ogni parte del mondo. Lo sforzo che ha dovuto fare il mio cervellino per adeguarsi al “fast language switching” ha prosciugato tutte le mie energie nei primi due giorni, ma ne è valsa la pena. Grazie ad esso ho potuto vivere l’esperienza appieno, e non solo dal punto di vista turistico o studentesco: mi hanno portata sul mar Baltico e sul Mar di Finlandia (ero in costume entrambe le volte, faceva caldo giuro). Sono stata sul tetto della casa di una ragazza gentilissima, da cui mi sono goduta lo skyline della città al tramonto. Sono stata invitata ad un picnic al Campo di Marte, un parco davvero famoso qui, dove mi sono trovata ad assistere ad esibizioni di Capoeira, a guardare ragazzi che passeggiavano a cavallo tra la gente, a giocare a pallavolo con Russi, Costaricani, Sudafricani, Spagnoli, Italiani e quant’altro. Ho trovato “per caso” (tra virgolette perchè in realtà è di fronte all’Hermitage, solo che nessuno ci presta attenzione), una mostra d’arte in stile Biennale, tanto per essere chiari, solo che all’interno i quadri di Matisse erano affiancati ad installazioni contemporanee, come anche ad opere di Kandinsky. Per il compleanno di un’amica ci hanno prestato dei vestiti indiani, per una “festa a tema”, e i venerdì notte li ho passati lungo la Dumskaja, una via di club e discoteche dietro la fermata della metro Gostivnji Dvor, a metà del Nevskji Prospect. Più ovviamente musei, monumenti e chiese, che sono imperdibili e inaspettati, e lezioni. Infine almeno a livello teorico ci sono venuta per studiare, a San Pietroburgo.

Ho scoperto che i russi dicono spesso “E’ finita la commedia”, in italiano, usandolo abbastanza casualmente: si può dire se ci è lasciati con qualcuno, se è andato rotto un vaso, se qualcuno non ha fatto i compiti, e così via. Ho anche scoperto che qui esistono catene di fast food che propongono soltanto cibo russo, di Sturbucks ne ho visto uno solo mentre di Coffee House (Kофе Xауз), l’equivalente locale, ce ne sono ogni 20 metri. Ho scoperto che secondo i russi gli italiani parlano “come gli uccellini”, vale a dire a voce troppo alta e velocemente. Ho scoperto che per gli uomini è normale girare per il centro della città a petto nudo, salire in metro a petto nudo, entrare nei negozi a petto nudo eccetera, tutto ciò anche se in realtà non se lo potrebbero permettere. Ho scoperto che nonostante le ragazze (prima dei 40, sia chiaro, perchè poi si sformano) siano sempre impeccabili, nei loro tacchi alti e con il trucco perfetto, gli uomini portano ancora le scarpe traforate e le polo dentro ai jeans. Ho scoperto che le auto qui variano da quelle che per noi erano vecchie negli anni ’50, a quelle che un quindicenne ha come poster sopra la testata del letto. Nessuna via di mezzo. Ho scoperto che il consumo d’alcool pro capite è di circa un litro di vodka a settimana, che si trasforma in due e mezzo levando le donne (che non bevono così spesso) e i bambini. Ho scoperto lo spettacolo delle notti Bianche (vale a dire cinque ore di buio per notte), e i tramonti meravigliosi che la città può regalare, arancioni e caldi: ogni giorno, verso le 11, ovunque fossi cercavo di trovare uno spazio sufficientemente aperto per poterli osservare. Il migliore in assoluto è stato quello dal tetto, ma anche da piazza dell’Hermitage, dal Nevskji Prospect stesso, dal treno, o dalla finestra della mia camera, semplicemente. Ho scoperto che a Spb i ponti si aprono, letteralmente, per metà notte. Se sei bloccato da un lato della Neva ci resti, finché non si richiudono. Ho scoperto che San Pietroburgo è così “finestra sull’Occidente” che i giovani qui non si capacitano del perché uno dovrebbe venirci a studiare. E tanto meno del perché la materia di studio dovrebbe essere la lingua russa. La domanda “Per quale motivo???” con tanto di faccia stupita mi ha accompagnata tutto il mese: sono un’europea, quindi già sono fortunata, per quale assurda ragione dovrei voler imparare la loro lingua e cultura? È inconcepibile.

Detto tutto ciò, penso sia abbastanza chiaro perché è facile ambientarsi a San Pietroburgo. Per di più il cambio con l’euro è abbastanza conveniente, quindi per gli europei sembra di risparmiare in tutto: sigarette, generi alimentari, benzina, anche fare un piercing costa poco: venti euro circa. Quindi, sto consigliando di visitare questa meta generalmente considerata “insolita”? Assolutamente si. E il più a lungo possibile. Ovviamente nel periodo estivo: nessuno vuole vivere al freddo e al buio (d’inverno il fenomeno delle Notti Bianche è rovesciato: ci sono sei ore di luce al massimo), anche se in questo momento, in aereo tornando a casa, in quella malinconia post-bel viaggio, non sono così sicura che rifiuterei un periodo di studi qui, fosse anche d’inverno.

Elena Agnoletto

Foto di Elena Agnoletto

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