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E’ una ruota che gira, facendo il giro della morte – da Sarajevo ad Aleppo

E’ una ruota che gira, facendo il giro della morte – da Sarajevo ad Aleppo

Avrei voluto far ripartire Daily Revolution con una notizia bella, un avvenimento gioioso o qualcosa di particolarmente natalizio dato il periodo. Invece, come anni di studio delle relazioni internazionali mi hanno insegnato, non c’è mai qualcosa di particolarmente di gioioso da condividere.

In questi giorni stanno arrivando brutte brutte notizie da Aleppo in seguito alla conquista da parte dell’esercito di Bashar Al Assad della parte orientale della città, baluardo dei ribelli in quattro anni di guerra. Non voglio dilungarmi sulla rovinosità della guerra in Siria, sulle parti coinvolte, sulle polemiche ci sono sui social network.

Vorrei solo riflettere con voi sulle aberrazioni che stanno avvenendo ad Aleppo, non solo in questi giorni, ma da quattro anni. Cercate di capire il mio collegamento, forse non sarà semplice.

Quest’estate sono andata per la prima volta in Bosnia ed Herzegovina, da brava “Balkan Lover”, era una delle mete che mi mancavano. Viaggiare in un posto colpito recentemente dalla guerra porta ad una riflessione interiore profonda mentre osservi le case ancora distrutte, i buchi nei palazzi, gli sguardi feriti di una popolazione che si sta ancora riprendendo.

Sarajevo è stata sotto assedio dell’Armata Popolare Jugoslava (JNA) e le forze serbo-bosniache dal 1992 al 1996: è stata portata alla fame, costantemente sotto i proiettili precisi dei cecchini, le granate, senza la luce elettrica, il riscaldamento. Non c’era via d’uscita, se non un tunnel sotterraneo segreto che correva sotto l’aeroporto, costruito di fortuna e con i pochi mezzi che si avevano dalla resistenza sarajevese guidata fino al 1994 dal Generale Jovan Divjak.

Come Aleppo.

I civili sono quelli che hanno pagato di più con il loro sangue, la paura, la fame e gli stenti il prezzo della guerra. Una guerra scoppiata 50 anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, quando l’Europa aveva detto “mai più”. Erano gli anni ‘90.

La comunità internazionale è stata in silenzio fino alla fine. Rimase in silenzio quando a Sarajevo cadevano bombe serbe su Markale, il mercato della città, massacrando per due volte i civili. Ed erano proprio i civili l’obiettivo. Rimasero zitti sapendo che Sarajevo era sotto costante mira dei cecchini, nel famigerato “Viale dei Cecchini” – Snajperska Aleja (che oggi è un enorme stradone trafficato con ai lati delle strade palazzoni vecchi, degradati e pieni di buchi di proiettili), dove nemmeno l’urlo PAZITE, SNAJPER! (Attenzione, un cecchino) ha potuto salvare i troppi civili freddati in una frazione di secondo.

Come Aleppo.

I bombardamenti hanno distrutto per il 90% la Biblioteca Nazionale di Sarajevo, una delle più belle e preziose d’Europa. Libri antichissimi sono andati perduti, bruciati, sommersi dalle macerie. E l’immagine triste del violoncellista Vedran Smailovic che suona seduto sulla distruzione e i calcinacci.

Come Aleppo. Patrimonio dell’umanità, una città bellissima, rasa al suolo dalle bombe. Ci arrivano video e immagini di una città fantasma, abitata da scheletri di palazzi ed esseri umani spaventati che ci camminano in mezzo, da quattro anni. Ci arrivano immagini di bambini spaventati e coperti di sangue. Ma siamo ancora immobili, come 20 anni fa.

Ci sono stati massacri, uccisioni di massa, stupri, aberrazioni a Sarajevo. Tutte sotto l’egida della pulizia etnica. Anche i non nazionalisti serbi furono massacrati. Tra i quartieri più colpiti, Novo Sarajevo e Ilidza, dove si registrarono delle violazioni dei diritti umani così inimmaginabili che al di là delle continue denunce dell’UNHCR, il mondo ha girato la testa per non guardare.

Come Aleppo.

Poi Srebrenica nel 1995, un massacro ingiustificato. Il genocidio. 8372 morti. Quella che doveva essere una safe area (insieme a Zepa) delle Nazioni Unite è diventata il tempio del male. La grande vergogna della comunità internazionale, che ha mandato i suoi Caschi Blu per proteggere i civili, mentre questi (per farvela breve) non hanno fatto altro che consegnare a Mladic i civili di Srebrenica. Le donne mandate a Tuzla, gli uomini portati nelle fattorie e cooperative agricole abbandonate dei dintorni e fucilati in massa. Alcuni sono riusciti a salvarsi, camminando per chilometri da Srebrenica a Tuzla, in quella che passò alla storia come la Marcia della Morte (oggi invece ricordata ogni anno dal 2005 come Mars Mira – la Marcia della Pace).

Come Aleppo. Dov’è la Comunità Internazionale per la Siria? Solo in aria, con i suoi aerei, distribuendo bombe nel tentativo di distruggere l’ISIS? Siamo capaci solo di questo? Come nei Balcani, negli anni ‘90. La NATO ha bombardato Belgrado, ha bombardato in Croazia, ma poi in più cos’ha fatto?

Dopo le guerre Yugoslave abbiamo detto “mai più” ancora una volta, ma non siamo stati in grado di mantenere la promessa. Perché abbiamo la Guerra in Siria e le gravi violazioni dei diritti umani, le violenze, i massacri, gli stupri di guerra. Non solo in Siria.

Noi, nati dalla parte “fortunata” del mondo ci riempiamo la bocca di belle parole, ma davanti al massacro che percepiamo così lontano diamo le spalle. Abbiamo il coraggio di lamentarci se i flussi migratori sono aumentati, di alzare le barricate ed uscire con i forconi per cacciare donne e bambini, di alimentare l’odio e dimenticare. Eppure la Siria non è molto lontana, come non lo sono i Balcani. La distanza geografica non c’entra però in questi casi, conta solo la nostra incapacità di non saperci vergognare abbastanza, di non fare pressione abbastanza, di non essere impegnati abbastanza per un’umanità migliore.

Quest’estate in Bosnia ho visitato Potocari, il luogo di sepoltura delle vittime di Srebrenica e il Centro di Identificazione di Tuzla, dove vengono portati i cadaveri del genocidio di Srebrenica sono ancora rigurgitati dalla terra e dalle fosse comuni. Non ho ancora realizzato la cosa, ma ne ho visti 11 di quei cadaveri. E’ come andare a sbattere contro un treno in corsa, come se qualcuno ti urlasse forte nell’orecchio: “Svegliati e guardali è successo davvero”. Sui tavoli sterili di acciaio del laboratorio, un proiettile, un mazzo di chiavi, degli occhiali da vista. Oggetti così quotidiani, così umani, così nostri. Ho guardato tutte quelle tombe bianche a Potocari che si estendono verso l’orizzonte e sono infinite, ho camminato lentamente affianco il lungo lastrone di marmo pieno di nomi, che pare correrti intorno in una spirale soffocante.

Non voglio che tra 20 anni Aleppo abbia questo fardello. Non voglio che ci siano altri morti da ricordare, da piangere, da commemorare. Non voglio altre piccole tombe bianche verso l’orizzonte. Non voglio perché non è giusto. Non voglio perché è l’ennesima dimostrazione di quanto siamo incapaci di poter vivere assieme senza metterci in mezzo la violenza, le prove di forza, l’autoritarismo e il sangue.

Non impareremo mai. Diremo ancora questa volta “mai più” e tra qualche anno succederà dell’altro. Forse servirebbe una riforma del sistema delle Nazioni Unite poiché continua a fallire. Mentre noi guardiamo Aleppo morire in diretta, come guardammo Sarajevo negli anni ‘90, pensiamo magari che è perché non impariamo nulla da ciò che vediamo, che la storia continua a ripetersi in un ciclo. Citando un giornalista del Telegraph: “Almeno abbiamo un’altra opportunità per riflettere su come vogliamo rispondere alle atrocità di massa in futuro”. Intanto guardo con ammirazione l’empatia della città di Sarajevo, che ieri si è alzata in una protesta cittadina contro le atrocità ad Aleppo. Perché loro più di tutti tra di noi, sanno cosa vuol dire. Vi riporto le parole del Sindaco di Sarajevo alla manifestazione “Sappiamo bene cos’è la guerra, come ci si sente quando il mondo tace e chiude gli occhi davanti alla sofferenza […] Sappiamo cosa patisce oggi la popolazione siriana. Per questo ci appelliamo alla comunità internazionale perché metta fine alla carneficina”.

Un momento di riflessione può servire, non trovate?

“In the name of God, the Most Merciful, the Most Compassionate. We pray the Almighty God, may grievance become hope! May revenge become justice! May mother’s tears become prayers. That Srebrenica never happens again to no one and nowhere”

Epigrafe al Memoriale di Potocari, Bosnia ed Herzegovina.

Laura.

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