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Shame on EU:  l’Austria chiude il confine del Brennero

Shame on EU: l’Austria chiude il confine del Brennero

Negli ultimi giorni una serie di notizie sulla migrazione stanno agitando il dibattito pubblico europeo.

In primis, l’accordo con la Turchia che dovrebbe diventare operativo da lunedì, corredato dalle accuse di Amnesty International, secondo cui la Turchia respingerebbe i migranti siriani.

Poi le condizioni ancora critiche nei campi greci, di cui è diventato simbolo Idomeni, meta della carovana dei centri sociali OverTheFortress che vi ha portato aiuti umanitari, ma in cui operano anche molte organizzazioni umanitarie.

A portare nuovi ingredienti al dibattito è arrivata la primavera.

Si, perché, come molti sanno, con il caldo si intensificano gli sbarchi anche sulla costa italiana, ed infatti mercoledì 30 sono stati soccorsi ben 2800 migranti nel canale di Sicilia.

La primavera porta anche con sé vento di chiusure: proprio basandosi sul fatto che la nuova stagione avanza, la ministra dell’interno austriaca Johanna Mikl-Leitner ha annunciato che il confine con l’Italia, e nella fattispecie il passo del Brennero, verrà presidiato da militari al fine di impedire il passaggio dei rifugiati “Dato che i confini esterni dell’Unione non vengono efficientemente tutelati”.

Insomma, chi fa da sé fa per tre; ma ciò che forse colpisce di più della notizia è la premurosa preoccupazione di Mikl Leitner: “I cittadini di certo capiranno, se ci saranno code”.

Ancora una volta, in questa frase si riversa tutto il cinismo e la logica da apartheid dei governanti europei: i “cittadini”, cioè gli europei, hanno pieno diritto a spostarsi ed è anzi un peccato che vengano rallentati da quegli altri, quelli che invece questo diritto non ce l’hanno, e nonostante non possano semplicemente tornare a casa, altrettanto semplicemente non possono rimanere in Europa e non verranno tutelati, punto e basta.

O meglio, ci sarebbe un punto se quello di cui si parla fossero merci che possono essere gettate via, e non persone: per quelle una soluzione bisogna pur trovarla.

E l’abbiamo trovata, nell’accordo che prevede, da lunedì, il respingimento dei migranti che arriveranno in Grecia verso la Turchia, con cospicuo esborso in denaro per l’accoglienza, che probabilmente non ci sarà.

Infatti a sua volta la Turchia sta applicando la stessa politica nei suoi confini nazionali, secondo Amnesty, dato che da Gennaio starebbe rimpatriando circa 100 siriani al giorno, e vigila attentamente il confine per impedirne l’attraversamento.

Contrariamente a quanto sostengono i turchi e alcuni leader europei, non è impossibile che questa politica venga applicata dalla Turchia: ho conosciuto personalmente un ragazzo afghano che diversi anni fa, nel suo viaggio verso l’Italia, era stato arrestato e fatto partire dalla Turchia per tornare indietro, senonché è riuscito a scappare e ad arrivare alla fine in Europa.

Ma ora che anche l’Europa ha chiuso le porte, che fine faranno tutte queste persone?

Le stiamo candidamente rimandando in paesi in guerra, in cui operano tagliagole, terroristi, dittatori, gli stessi di cui ci dichiariamo acerrimi nemici.

Ma qualcosa si muove nella società: la già citata carovana #overthefortress ha mostrato la mobilitazione dei centri sociali d’Italia sull’argomento, ma il tema è trasversalmente affrontato all’interno della società italiana, da laici e da religiosi, da giovani e da anziani.

Sul Brennero, il 3 aprile, c’è stata una manifestazione che ha contato circa 1500 persone, che hanno fermato i treni e hanno provato ad attraversare il confine chiedendo di mantenerlo aperto in nome della libertà di spostamento dei migranti, della dignità e dei diritti dell’uomo.

Queste manifestazioni però non bastano, anche se gran parte dell’opinione pubblica è contraria a questa chiusura nella “fortezza Europa” e non ha ancora perso la sua umanità, la capacità di empatizzare con queste persone e capire cosa le spinge a compiere quei drammatici viaggi; gran parte di noi non è ancora stata paralizzata dalla paura.

Bisogna che queste persone facciano sentire la propria voce, che si coordinino in un movimento trasversale e compatto che faccia capire ai nostri leader che la strada da prendere è un’altra.

Perché le porte d’Europa sono chiuse, e possiamo aprirle solo da dentro.

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