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Silicon Valley: rivoluzionari o padroni?

Silicon Valley: rivoluzionari o padroni?

Nel mese di Gennaio di quest’anno è uscito il nuovo libro di Evgeny Morozov, “Silicon Valley: i signori del silicio”. Evgeny Morozov è uno dei più attenti ed informati critici della “rivoluzione digitale”, e in particolare dei rapporti tra internet e l’economia.

Nel suo libro, mai banale eppure mai pesante, esplora approfonditamente il mondo della Silicon Valley, mettendo in luce le sue contraddizioni interne e le bugie che la sua narrazione della rivoluzione di internet ci sta somministrando.

La sua tesi parte da un assunto che dovrebbe essere ovvio: al contrario di quello che ci viene detto, Internet non è piovuto dal cielo e le sue piattaforme non sono slegate dal mondo reale. Al contrario, la rete è un’infrastruttura come le altre e non ha rivoluzionato i rapporti sociali, almeno in termini economici, sovrapponendosi e operando all’interno del vecchio sistema.

Non solo, “La tesi di questo libro è semplice: parlare di tecnologia oggi significa appoggiare […] alcuni degli aspetti peggiori dell’ideologia neoliberista” esordisce nell’introduzione.

Per sostenere questa tesi Morozov porta moltissimi esempi, molti dei quali sono tratti da fatti, iniziative o discorsi dei padroni della Silicon Valley e dei suoi colossi: Facebook, Google, Uber ecc…

Quello che sostiene l’autore è che le aziende informatiche si stiano inserendo al posto di ciò che un tempo era lo stato sociale : “l’esempio tipico è quello del crowdfunding, per mezzo del quale- invece di fare affidamento su generosi e incondizionati finanziamenti pubblici- le istituzioni culturali sono costrette a raccogliere il denaro direttamente dai cittadini.” questo non significa soltanto che ora molte istituzioni culturali sono costrette a sottostare ai gusti del grande pubblico, e quindi a perdere molti caratteri che potrebbero essere d’avanguardia (non è detto che ciò che non piace oggi sia ancora brutto domani), ma anche che in sostanza costano semplicemente di più.

Al contrario, il crowdfunding ci viene presentato come una sorta di “cultura democratica” in cui ognuno può dire la sua e finanziare ciò che vuole, “ottimizzando” ed evitando sprechi in finanziamenti a opere che nessuno vuole vedere o ascoltare.

Un altro dato che manca, nella narrazione della “rivoluzione digitale”, è un semplice fatto: i nostri dati sono soldi.

È questo l’aspetto su cui Morozov insiste di più, e che chiaramente è il più sconvolgente.

Il fatto è che ogni volta che usiamo Facebook, Google plus, Google now, Fitbit e chi più ne ha più ne metta, cediamo i nostri dati a queste aziende. Ok, questo lo sapevamo tutti, ma quello che non si sa è che questi dati vengono venduti per sviluppare pubblicità personalizzate ed ottimizzate per ognuno di noi. Non si tratta di un carattere secondario: le pubblicità hanno un impatto straordinario nelle nostre scelte di vita, e ora sono più pervasive che mai grazie agli smartphone e al loro costante utilizzo. Ancora peggio, Morozov prevede un futuro a tinte fosche nel quale potrebbe essere Google a gestire la sanità, dato che, grazie ai sensori presenti nei nostri cellulari e ai dati che forniremmo spontaneamente, potrebbe avere tutte le informazioni necessarie a sapere se abbiamo problemi di salute. Questo potrebbe non sembrare un grosso problema, ma se si pensa che le assicurazioni sanitarie costerebbero di più per chi non fa jogging? Questo paradigma si può applicare anche a molti altri casi e servizi essenziali, e dimostra che la Silicon Valley sta completamente inglobando il mercato dei servizi sottraendo terreno allo Stato, e non solo: ci sta rendendo tutti uguali e tutti perfettamente controllabili. Forse questo può gettare nuova luce sul recente dibattito riguardo ai dati dell’iPhone del killer di San Bernardino: magari la Apple vuole solo sottolineare il suo ruolo di predominio nei confronti dello Stato Americano, e rimarcare che se si vogliono certe informazioni, è alle aziende private che bisogna rivolgersi e non agli USA.

Un altro aspetto da tenere presente è la monetizzazione di quasi tutti gli ambiti della vita sociale: grazie ad internet e alla condivisione dei dati, ora ci sono sempre più piattaforme che ci permettono di comprare servizi o affittare oggetti a prezzi abbordabili e magari vantaggiosi: è la cosiddetta Sharing economy.

Il fatto che non viene preso in considerazione quando se ne parla è che la crescita della sharing economy sta avvenendo proprio in concomitanza con la crisi del sistema assistenziale e del mercato del lavoro: in pratica, al posto di un singolo lavoro, sta emergendo un modo di guadagnare frammentato in tante piccole parti che ci permette di tirare avanti magari integrando lo stipendio. Il problema è che questi nuovi lavori non sono per nulla regolamentati e tutelati, non hanno un sistema previdenziale né sindacale, e non sono controllati in alcun modo. In più chi ha già possibilità di scelta tra vari servizi, non sarà costretto a monetizzare qualsiasi suo dato (si parla addirittura di “vendere” il Dna) ma chi è povero e non ha altra scelta?

È il “sistema Uber” che viene spesso criticato, ma d’altra parte condiziona anche le scelte legislative ed economiche di molti paesi, tra cui l’Italia (il jobs act può essere letto come evoluzione “flessibile” del mercato del lavoro, in conformità alle “leggi di internet”).

Il succo del discorso di Morozov è che Internet è solo un’infrastruttura, non un mondo nuovo, e “sembra ovvio che fornire uguale accesso ai servizi di comunicazione non elimina in sé, né indebolisce, altri tipi di disuguaglianza […] ciò che cambia è chi intasca i soldi.”

Insomma, non siamo sull’orlo di una rivoluzione, ma di un “totalitarismo dei dati”, un mondo in cui le scelte politiche non esisteranno più davvero, in quanto guidate da qualche server californiano, anche se avremo, come ora, l’impressione di avere un’enorme libertà comunicativa.

C’è una soluzione? Secondo Morozov sì: non affidare tutto alle stesse persone, semplicemente. Puntare su servizi magari piccoli e ancora deboli ma che mantengono il mondo di internet vario e non monopolistico, e fare pressione sui governi perché appoggino progetti propri di informatizzazione dei servizi, senza utilizzare come intermediari Google o Facebook.

La scelta è ancora nostra.

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