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Tourist or traveller? L’esempio di Istanbul

Tourist or traveller? L’esempio di Istanbul

 

L’accezione della parola tour, e di conseguenza anche quella di turista, era originariamente dispregiativa: il suo significato di “viaggiare per piacere” si poneva in contrasto con quello di travel, ovvero di viaggiare per scoprire, imparare e studiare, con un connotato di fatica (cfr. labour, toil, labour of child-birth: see travail). La parola ha preso significati diversi soltanto a partire dal XVII secolo, con la comparsa del Grand Tour.

Quando viaggio, forse in modo un po’ supponente, cerco di tenere a mente la differenza, e di essere una traveller, piuttosto che una tourist: provo ad assorbire tutto ciò che la cultura, il luogo, la gente ha da offrirmi. Bandite tutte quelle forme di tipicità che di autentico non hanno nulla, e sono solo allestite per i turisti.spezie

Ma come si fa a trovare la tipicità vera, il modo in cui realmente la gente del posto vive, quando si hanno a disposizione pochi giorni, e quando i monumenti, i musei, e tutto ciò di famoso e interessante che c’è da vedere sono circondati da attrazioni turistiche?

moschea blu-esternoIl “problema” mi si è posto nei quattro giorni che ho passato ad Istanbul. Pensavo che certo, il quartiere di Sultanahmet è spettacolare, le moschee levano il fiato, i Bazaar valgono una visita, ma anche due. Però attorno ad essi, giustamente, si è creato un sistema di alloggi, shopping e ristorazione volti esclusivamente al turismo. E allora passi che, per comodità più che altro, abbia scelto un hotel che è internazionale in tutto, dal nome alla colazione. Passi che per pranzo i kebab li abbia presi in baracchini qualsiasi, senza curarmi del fatto di avere attorno più francesi che turchi. Passi, e forse è la cosa peggiore di tutte, che invece del taxi in cui avrei potuto parlare con qualcuno che conosce la città, abbia approfittato della navetta gratuita dell’hotel.moschea blu

Quello che non ho fatto passare, invece, sono stati gli orari prefissati. E i “passaggi obbligati” per le vie del centro. Un mio docente, uno dei più illu
stri che abbia avuto, ha ripetuto fino allo sfinimento “Perdetevi per Venezia, è più bello così”. E io ho deciso di seguire il suo consiglio un po’ ovunque. E quindi si, ho visitato Aya Sophia, e si, il Bazar delle Spezie è così colorato da stordire, e si, ho un po’ capito come vivono Istanbul quelli che ci vivono. Perché per arrivarci ho preso strade secondarie, in cui poter osservare da vicino i barbieri che lavorano fino alle tre di notte, per vedere che in realtà anche le donne fumano, solo non lo fanno vedere, per sentirmi
chiedere se mi ero persa, per scoprire un mercato del aya sophiapesce che tanto mercato del pesce non sembrava: erano più istallazioni artistiche che altro. E il fatto di svoltare un angolo, senza sapere bene dove ci si trova, per trovarsi di fronte all’imponenza della
Moschea Blu è la chiave per restare senza fiato. Non te l’aspetti, non così maestosa, non dietro a una viuzza stretta e ripida fatta solo di case che cadono a pezzi. Non ti aspetti neppure che nella parte asiatica della città ci sia quella chiesa, a due passi dalla moschea che hai trovato perché era a due passi da un centro commerciale. Mi sono persa, e seguendo le indicazioni della gente ho visto le scene che mi resteranno di più.

Infondo penso sia quella la parte più emozionante in un viaggio, camminare con il naso all’aria. Anche perché guardando a terra, mica si vedono le nuvole.

 

 

foto di Elena A.

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